Sul blog dell’Adci e su quello di Donald Draper viene dato spazio ad una lettera di Alfredo Accatino che, sostanzialmente, propone ai creativi di armarsi e partire alla riscossa contro un mondo che non riconosce il lavoro dei creativi, li sfrutta e non li tutela, citando giustamente gli stage infiniti, i contratti a progetto, la mancanza di qualsiasi forma di prevenzione.
Tutto giusto, tutto corretto. Ma attenzione che questo purtroppo non succede solo ai creativi, ma lo stesso trattamento è riservato agli account ed ai responsabili comunicazione delle aziende ed in maniera molto più ampia a tutti i giovani (e non solo i giovani) che oggi vogliono lavorare.
Ma limitiamoci alla pubblicità, altrimenti il discorso si fa lungo e complesso.
In pubblicità non è da oggi e nemmeno da ieri che le persone hanno trattamenti a dir poco singolari: anzi, non credo di sbagliare di molto dicendo che i contratti atipici ed il ricorso alle partite iva (che mascherano forme di dipendenza a tutti gli effetti) nascono proprio all’interno delle professioni creative.
Quello che non mi trova d’accordo è la soluzione proposta, e cioè dar vita ad una lobby – e quindi ad una associazione – che tuteli i diritti di questi lavoratori.
Non sono d’accordo perché:
- I diritti devono essere uguali per tutti: e quindi non vedo perché questa lobby dovrebbe interessare solo i creativi e non le altre figure professionali impiegate negli studi e nelle agenzie
- Esistono i sindacati: che da anni rappresentano – o tentano di rappresentare – il mondo dei lavoratori atipici (ricordate il film di Virzì “Tutta la vita davanti”?).
- Esistono le associazioni professionali, come TP o Adci, per esempio.
So già quale sarà l’obiezione: che non fanno niente, che sono statiche, che non che non che non… ma pensate che fondare una nuova associazione porterebbe a dei risultati diversi? All’inizio, sicuramente, l’entusiasmo la sorreggerebbe, ma poi, con l’andare del tempo, subentrerebbero le solite logiche di tutte le associazioni già attive.
E allora la mia soluzione non è fondare nuove associazioni, ma darsi da fare all’interno di quelle già esistenti. Dove darsi da fare significa partecipare, portando le proprie idee ed il proprio contributo, ponendo i temi veri di chi fa questo mestiere, ottenendo spazio e visibilità.
Altrimenti finiamo col fare le solite cose all’italiana che quando uno non è d’accordo per prima cosa fonda un nuovo partito, con il risultato che oggi in Italia ci sono decine di partiti che alla fin fine spesso rappresentano solo la persona che li ha fondati.
